Testo ed immagini di Luca Panichelli di Tesori Nascosti. Visita il suo blog: tesorinascostiagrofalisco.wordpress.com

 

Essendo originario di Civita Castellana (scopri anche la Necropoli del “castellaccio” di Civita Castellana), ho sempre saputo dell’esistenza di un’antica chiesa rupestre in località Celle, interamente scavata nella parete tufacea di una forra, ma non ero mai riuscito a localizzarla. In realtà già da tempo avevo individuato delle cavità ipogee in quel luogo, ma dal fondovalle risultavano impossibili da raggiungere. Decido così di documentarmi e, come pensavo, vengo a sapere che una frana, qualche tempo fa, ha distrutto ed impossibilitato la principale via di acceso, e ad oggi l’unico modo per raggiungere il sito è quello di discendere per una piccola, stretta e ripidissima  stradina che dal pianoro soprastante porta all’antico insediamento religioso. Decido così di partire alla ricerca di questo “TESORO NASCOSTO”.

Dopo aver parcheggiato la macchina  in loc. Celle, attraverso i binari ferroviari e continuo il mio cammino lungo una strada di campagna. Giunto ad un incrocio lascio la strada principale e svolto a destra continuando a discendere verso il fondovalle. Dopo aver oltrepassato una delle antiche porte d’accesso a Civita Castellana, svolto per un piccolo sentiero sulla sinistra e mi ritrovo in un’immenso prato verde con al centro una splendida villa. Proprio in questa abitazione secondo alcune persone del luogo, soggiornò per qualche giorno Benito Mussolini, ma in realtà non ci sono prove che attestino questo fatto.

Dopo essermi lasciato la costruzione alle spalle proseguo il mio cammino attraversando il campo in direzione della forra che divide il pianoro su cui mi trovo con quello di Vignale. Inizialmente non riuscivo a trovare il punto d’accesso al sito e proprio quando ,demoralizzato, me ne stavo tornando a casa, vidi tra la boscaglia i resti di alcuni blocchi di tufo sovrastati da una fitta vegetazione.

Incuriositomi mi avvicino, e cerco di capire da quale punto accedere. Sulla mia sinistra un foro verticale e rivestito da mattoni sembra condurre ad una cavità sottostante. Continuo a scrutare intorno a me fino a trovare una spaccatura nel terreno ricoperta dai rovi. Inizio dunque a rovistare tra loro, fin quando, come per magia, appare davanti a me una scalinata interamente intagliata nel tufo, che costeggia due cavità ipogee…la fitta vegetazione non fa filtrare molta luce, ma non appena accendo la mia torcia, mi rendo conto, con molto stupore, che quelle cavità altro non erano che due tombe a camera con un gran numero di loculi destinati ai defunti.

Continuo così il mio cammino all’interno di questo stretto corridoio intagliato nel tufo e dopo qualche metro mi ritrovo davanti ad un primo ostacolo: la stradina prosegue lungo una piccola discesa con un terreno a dir poco sdrucciolevole, la quale poi sembra svoltare e proseguire sulla sinistra ma dal punto in cui mi trovo non riesco a vedere dove termina..mi lascio guidare così dal mio istinto e decido di proseguire in quella direzione. Allargo le braccia, in modo da potermi sostenere con esse sulle due pareti del piccolo sentiero, e procedo molto lentamente facendo attenzione a non scivolare sul fogliame presente a terra. Dopo qualche metro arrivo al punto in cui il viottolo svolta a sinistra e mentre penso che il peggio è passato, giro l’angolo, e soffrendo io di vertigini, mi ritrovo davanti ad uno dei miei più grandi incubi: il sentiero prosegue per una discesa di 30 m circa larga 1,5, con una discreta pendenza, protetta su di un lato dalla parete tufacea mentre l’altro termina a picco sulla forra senza alcun tipo di protezione. Come se non bastasse a circa metà discesa questa si restringe di mezzo metro rendendo davvero pericoloso il passaggio. Non so cosa fare..le vertigini e la paura del vuoto iniziano a farmi tremare le gambe. Mi fermo. Inizio a compiere respiri profondi e mentre cerco di mantenere la calma rifletto. Non ho la certezza che là sotto si trovi l’antico insediamento religioso di San Selmo e la discesa sembra terminare su di un’insignificante sporgenza del terreno…ma quelle scalette e quel passaggio intagliato nel tufo proseguiva in questa direzione..non so cosa fare, e come allungo lo sguardo per cercare di capire quanto fosse alto il dirupo che costeggia il sentiero l’ansia prende il sopravvento. Inizia a ronzare per la mia testa l’idea di ritornarmi..ma poi ripenso al motivo per cui ero andato li e soprattutto al fatto che se non fossi arrivato al termine della discesa non avrei mai potuto sapere cosa si nascondesse in quella sporgenza del terreno sottostante. Mi faccio coraggio e spinto dalla mia curiosità mi metto seduto a terra, iniziando così a discendere scivolando sul mio fondo schiena e cerando di frenare con le gambe. . Sono molto teso, e cerco di non guardare verso il fondo della forra per non andare nel panico. Molto lentamente continuo a scivolare cercando di tenermi il più stretto possibile attaccato al lato protetto dalla parete tufacea. Arrivo così al punto in cui il sentiero si restringe. Mi focalizzo sul mio obbiettivo, e non curante delle mie paure continuo a discendere con estrema attenzione. Dopo qualche metro finalmente arrivo su quella sporgenza che intravedevo dalla vallata ed apparentemente insignificante.

Mi volto per vedere il tragitto percorso per discendere e mi rendo realmente conto di quanto io sia stato imprudente nel compiere questa azione ma allo stesso modo mi meraviglio: la mia curiosità mi ha spinto oltre i miei limiti..le mie paure. Entusiasta e fiero di quel gesto mi rialzo e mi rimetto in cammino. Dopo qualche metro sulla mia sinistra si aprono in successione più cavità ipogee tutte collegate tra loro.

Nella prima, quella più grande, vi è la presenza di una colonna ricavata dal tufo…mi avvicino e con stupore trovo i resti di un affresco su di essa… e non solo: altri resti di affreschi caratterizzano le pareti della struttura e capisco di aver finalmente trovato l’antico insediamento religioso rupestre di San Selmo!

Mi avvicino ancor di più per cercare di capire cosa fosse raffigurato in quelle pareti ma purtroppo l’inciviltà e la stupidità dall’uomo non ha ne limiti ne confini ed a volte riesce persino a raggiungere luoghi impervi come questo: i resti degli affreschi risultano  infatti completamente rovinati e sormontati di scritte con pennarelli o peggio ancora, sfregiati molto probabilmente con chiodi o chiavi in tempi recenti. Nonostante ciò, attraverso alcune vecchie testimonianze e testi scritti, sappiamo che nel primo affresco sulla parete sinistra è rappresentato un gruppo di tre Santi tra cui Santa Caterina d’Alessandria, riconoscibile dal motivo iconografico della ruota spezzata.

Per quanto riguarda gli altri affreschi presenti, essi riversano in uno stato a dir poco pietoso: essendo completamente ricoperti di scritte o addirittura in parte asportati, non consentono di capire cosa fosse raffigurato in origine.

Per fortuna, molti anni fa, alcuni studiosi studiarono questo sito ed interpretarono tutti gli affreschi presenti, i quali allora non avevano ancora subito pesanti danneggiamenti. Uno di questi fu Menghini il quale attraverso questo suo disegno (foto sotto) oltre a mostraci l’intera pianta del complesso religioso ci dà una testimonianza della raffigurazioni presenti all’epoca.

La rabbia e la delusione per questo scempio svaniscono non appena alzo lo sguardo..dietro la colonna, in parte affresca, si apre a terra una sorta di “pozzo” profondo più di 2 metri e con un diametro uguale alla sua profondità. Molto probabilmente si tratta dell’antica fonte battesimale appartenente alla struttura religiosa.

Sulla mia sinistra un piccolo varco ricavato nel tufo sembra condurre in un altra cavità e decido così di continuare in quella direzione. Dei piccoli gradini ricavati anch’essi dalla morbida roccia mi conducono in un altra piccola “stanza” apparentemente priva di significato.

Scrutando bene le sue pareti noto una data scritta su una di esse, 1946, la quale testimonia l’utilizzo dell’antico centro religioso come “riparo” dai pesanti bombardamenti subiti da Civita Castellana durante la seconda guerra mondiale.

Durante quel periodo l’intera popolazione  si riversò nelle forre cercando riparo all’interno di necropoli, grotte, eremi ed antichi insediamenti religiosi. Secondo le testimonianze di alcune persone che vissero quel drammatico evento, la permanenza in questi luoghi nascosti, privi di elettricità e di ogni comfort durò per tutto il periodo della guerra, creando non poche difficoltà per la sopravvivenza della popolazione. Sempre secondo alcune testimonianze, a quei tempi era davvero difficile vivere ed anche un piccolo gesto di vita quotidiana come lavarsi o curarsi per malattie gravi poteva risultare davvero complicato da compiere.

Da segnalare nella parte alta dell’ingresso a questa cavità, la presenza dei resti di un altro affresco.

Proseguo dunque il mio cammino e attraverso un altra apertura nella parete arrivo in un altra piccola cavità senza alcuna rilevanza artistica.

Per quanto riguarda l’origine di questo luogo, facendo sempre riferimento agli studi di Menghini, questa risulta, cronologicamente parlando, incerta. Molto probabilmente, sostiene lo studioso, la sua fondazione avvenne nel momento in cui la popolazione falisca abbandonò l’ormai decaduta città romana di Falerii Novi, per ritornare sul pianoro dove sorgeva l’antica città di Falerii Veteres. Gli affreschi sulle pareti sono invece riconducibili al XIV sec. .Grazie alla testimonianza scritta di un altro studioso, Giacomo Pulcini, sappiamo che la figura del Salvatore, affrescata su di un pilastro, mostra (o per meglio dire mostrava ai tempi dello studioso) chiari segni della corrente pittorica che riscontriamo nel Salvatore di Sutri (XIV sec.).

Raggiungere questo luogo non è semplice, ma ne vale davvero la pena…è un sito magico, di riflessione, lontano dallo stress della vita quotidiana…e tutto ciò a due passi dal centro abitato di Civita Castellana (VT).